E’ noto da un po’ di tempo che alcuni acidi grassi mediano l’attività antivirale sebbene attraverso meccanismi diversi e non sempre noti. In generale le loro proprietà antimicrobiche si concentrano sulle membrane della cellula del microorganismo scatenando contro di essa radicali liberi, formazione di perossidi lipidici citotossici, oppure metaboliti immunomodulatori. Acidi grassi liberi, come acidi oleico, arachidonico e linoleico, hanno in passato dimostrato di poter inattivare l’involucro di herpes virus e virus dell’influenza.

E’ inoltre noto che l'introduzione di acido linoleico o acido arachidonico nelle cellule infette, riduce significativamente la capacità riproduttiva del virus HCoV-229E, un coronavirus che infetta sia l’uomo che i pipistrelli, molto simile al SARS-CoV-2, agente eziologico del Covid-19.

Ma andiamo con ordine. Affinché la cellula ospite si infetti con il virus SARS-CoV-2, occorre che una componente critica della glicoproteina virale Spike (S) che si trova su tutti i coronavirus, nota con la sigla RBD (Receptor Binding Domain), entri in contatto con un recettore della cellula ospite noto come ACE2. Quest’ultimo è un recettore tipico di cellule che troviamo nelle vie respiratorie umane e di altre specie, ma anche in apparato digerente di vari organismi, compreso il pesce. Una volta entrato in contatto col recettore ACE2, il virus riesce a trasferire il proprio nucleo all’interno della cellula ospite, infettandola. E’ proprio su tale meccanismo che agiscono i vaccini, ossia inducendo la produzione di anticorpi che vadano ad intercettare una delle proteine della superficie virale (proteina S o Spike), affinché questa non possa entrare in contatto col recettore ACE2.

In un recentissimo studio condotto da ricercatori polacchi dell’Università di Cracovia (Ana Goc, Aleksandra Niedzwlecid e Matthias Rath), è stato dimostrato che gli acidi grassi polinsaturi omega-3 a lunga catena (PUFA), tipici dei prodotti ittici, sono in grado di inibire proprio questo tipo di contatto. I ricercatori polacchi hanno effettuato varie prove, utilizzando anche forme di pseudo-virus, osservando che prevalentemente l’acido linolenico, l’acido linoleico e l’acido eicosapentaenoico (EPA) inibiscono l’attacco di virioni SARS-CoV-2 al recettore ACE2. Sebbene occorrano altri studi in vivo per valutare l’effettivo livello di protezione che se ne può ottenere, sembra ormai accertato che una dieta ricca di pesce possa costituire una barriera di difesa contro alcuni virus patogeni, tra i quali il SARS-CoV-2, ossia l’agente eziologico della sindrome tristemente nota come Covid-19.

 

Marco Saroglia

L’attenzione dei consumatori verso consumi e abitudini più sostenibili a minor impatto ambientale ha avuto impatti tangibili anche sui mercati agro-alimentari, che hanno accettato questa sfida offrendo una varietà di sistemi di certificazione a beneficio dei consumatori. I sistemi di certificazione dei prodotti favoriscono la diffusione sul mercato dei prodotti alimentari tipici, supportando lo sviluppo territoriale e le produzioni socialmente ed ambientalmente sostenibili, specialmente nelle aree svantaggiate come quelle montane, in cui l’agricoltura è una risorsa fondamentale per l’economia locale.
La sostenibilità delle produzioni alimentari coinvolge anche strategie di sviluppo territoriale: i sistemi di certificazione del food possono contribuire all'economia locale dei territori, come avviene con il marchio del “Prodotto di Montagna”, introdotto dai Regolamenti UE 665/2014 e UE 1151/2012 per favorire lo sviluppo sostenibile dei sistemi economici di montagna.
Sebbene le certificazioni alimentari incentrate sulla sostenibilità sostengano i consumatori nelle loro scelte di acquisto, queste sono guidate anche da motivazioni etiche, ambientali e culturali. Nelle indagini qualitative, i partecipanti sono spesso incoraggiati a indicare le loro opinioni sulle questioni etiche e ambientali, utilizzando scale attitudinali.
Al fine di indagare l'impatto dell'etichetta marchio del “Prodotto di Montagna” sulla scelta di acquisto dei consumatori e di considerare congiuntamente le loro motivazioni etiche, ambientali e culturali, lo studio propone un approccio metodologico innovativo basato su Esperimenti di Scelta Ipotetici e sull’analisi delle Scale Attitudinali. Più in dettaglio, il nostro lavoro mira a valutare l'influenza degli atteggiamenti dei consumatori nell'acquisto di un formaggio alpino marchiato con differenti sistemi di certificazione di sostenibilità, attraverso un approccio in due fasi.
Nella prima fase, abbiamo stimato le preferenze dei consumatori per i marchi "Prodotto di Montagna", "Biologico" e il tema del "Benessere animale" del formaggio alpino utilizzando gli Esperimenti di Scelta. Nella seconda fase, abbiamo utilizzato tre scale attitudinali per valutare la loro influenza nel comportamento dei consumatori nella scelta del formaggio alpino, mediante un approccio PLS-SEM (Partial Least Squares Structural Equation Modeling).
I risultati principali sono legati all'influenza che i valori etici del consumatore hanno esercitato sul processo decisionale di acquisto dei consumatori. In particolare, essere “Green consumers”, credere e agire come consumatori attenti alle problematiche ambientali, esprimere valori come la preoccupazione per i danni ambientali dovuti alle pratiche di produzione e la consapevolezza dell'impatto delle scelte di acquisto sull'ambiente, è una caratteristica strettamente in relazione con la scelta del marchio "Prodotto di Montagna". Pertanto, l'etichetta del prodotto di montagna potrebbe essere una risorsa a supporto dell'economia di montagna rivolta soprattutto alle persone sensibili alle preoccupazioni ambientali. Ciò conferma l'idea che le pratiche agricole di montagna siano percepite come più ecologiche ed etiche di altre tipologie di agricoltura. In quest’ottica, diventa importante anche la comunicazione marchio “Prodotto di Montagna” proprio a questo target di consumatori, che dai risultati dell’analisi sembrerebbero molto interessati a questa certificazione.
Inoltre, un altro interessante risultato emerso dall’analisi è la relazione tra i valori dei “Green consumers”, e quelli del “Benessere animale” inteso come attenzione delle filiere produttive alle pratiche sostenibili di cura e benessere degli animali, quali ad esempio la pratica del pascolo in alpeggio, includendo così la sensibilità al benessere degli animali tra i valori dei “Green consumers”.

A cura di Chiara Mazzocchi,

Università di Milano

Uno studio sulla pelle della trota iridea, pubblicato recentemente dal gruppo di ricerca di Acquacoltura del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (Dagri) dell’Università di Firenze, in collaborazione con l’Università di Udine, su “Waste and Biomass Valorization”, dà conto dell'indagine eseguita per il progetto Ager 2 - SUSHIN sugli effetti dei mangimi alternativi alla farina di pesce, tema generale del progetto stesso. Una parte importante del progetto è relativa alla valutazione degli effetti sui pesci - in questo caso la trota - in termini di valore nutritivo. Esiste infatti l'evidenza che diete povere di proteine animali tendono a diminuire il contenuto delle carni in omega-3. 
 
È quanto emerso dallo studio condotto, nell’ambito del progetto IALS, presso la Formazza Agricola S.C.R.L. di Formazza (VB).
La Val Formazza, nell’ambito della quale opera l’azienda, è una delle valli del comprensorio della Val d'Ossola, in Provincia del Verbano-Cusio-Ossola, al confine con la Svizzera, ed è l'estrema propaggine settentrionale del Piemonte. È percorsa dal fiume Toce, che si origina in testa alla valle, e, alimentato dai torrenti che attraverso le gole laterali forma, più in basso, cascate e laghi artificiali.
Il nostro studio si è soffermato sulla stima della capacità di riduzione del rischio d’erosione dei versanti dovuta alla presenza di praterie permanenti nel fondovalle, sia a livello comprensoriale che dell’azienda agricola Formazza. A tal fine si sono confrontate due ipotesi: la prima, quella reale, di presenza di praterie permanenti utilizzate sia per la foraggicoltura, sia per il pascolo bovino; la seconda, simulata, di presenza di seminativi sottoposti a lavorazioni meccaniche (aratura, erpicatura, ecc.) in sostituzione ai prati permanenti.
I confini degli appezzamenti aziendali gestiti dalla Formazza Agricola S.C.R.L. (Fig. 1), forniti dalla stessa in formato cartaceo, sono stati georeferiti e digitalizzati in ambiente GIS (Geographic Information System). Posizionando opportunamente un punto al centro di un pixel sull’asta principale (nel caso in esame il Fiume Toce) subito a valle della particella-appezzamento pascolivo tra quelli di proprietà a quota più bassa, si è ottenuto il bacino afferente
Il calcolo della quantità di suolo erodibile, per ciascuna ipotesi, espresso come tonnellate per ettaro per anno, è stato stimato applicando, in ambiente GIS, il modello matematico chiamato RUSLE, acronimo di "Revised Universal Soil Loss Equation", quantificato con il fattore K per il cui calcolo si tiene conto dei fattori quali il tasso di perdita di suolo medio stimato (V), l’erosività della pioggia (R), l’erodibilità del suolo (K), ossia la suscettibilità del suolo ad essere eroso il fattore topografico (Ls), determinato dalla pendenza, lunghezza e forma dei versanti che influenzano la velocità di ruscellamento e quindi il rischio di erosione del suolo e la copertura del suolo (C) in quanto la vegetazione naturale mantiene il suolo coperto tutto l’anno tramite le foglie e la lettiera mentre, al contrario, l’uso agricolo che lo lascia nudo e quindi esposto agli agenti erosivi per lunghi periodi.
La simulazione delle due coperture del suolo (prateria permanente e seminativo arabile) è stata ottenuta variando il fattore “C”, attribuendogli rispettivamente un valore di 0,04 e 0,4. Nel confronto, gli altri fattori sono stati lasciati invariati.
Dai risultati è emerso che nel caso in cui i terreni dell’azienda Formazza fossero utilizzati come seminativo arabile (fattispecie simulata), si avrebbe un rischio di erosione media annua di 384 t/ha, mentre nel caso di praterie inerbite (come nella fattispecie reale), il valore medio si ferma a 188 t/ha all’anno.
È evidente che l’attuale tipologia di utilizzo delle parcelle in proprietà (inerbimento permanente) garantisce una forte limitazione del suolo eroso (-104,2%) rispetto ad un possibile scenario di coltivazione a seminativo.
Si conferma, pertanto, che i modelli zootecnici che adottano pratiche di pascolamento estensivo come quello della Formazza Agricola S.C.R.L., oltre a fornire alimenti di origine animale di elevata qualità organolettica e nutrizionale, contribuiscono in maniera importante anche al mantenimento di molteplici servizi ecosistemici, tra i quali quello legato all’assetto idrogeologico e paesaggistico. A cura di Pier Paolo Danieli, Riccardo Primi, Bruno Ronchi
Università degli Studi della Tuscia

Nell’autunno dello scorso anno si è conclusa la raccolta dati relativa al terzo Work Package del Progetto IALS, il cui obiettivo fondamentale è lo studio della disponibilità a pagare (DAP) dei consumatori per i formaggi montani di alta qualità, attraverso l’utilizzo di aste sperimentali di tipo BDM, già descritte in un precedente articolo. In particolare, sono state indagate le DAP per due diversi prodotti: i) formaggio montano prodotto durante la stagione invernale; ii) formaggio montano prodotto durante la stagione estiva.
Inoltre, nell’ambito del WP3 è stato valutato il ruolo della conoscenza e dell’informazione nell’influenzare la DAP dei consumatori per queste due categorie di formaggi (invernale vs estivo). In particolare, si sono studiati gli effetti di due messaggi informativi relativi, il primo, alle caratteristiche organolettiche dei prodotti ed il secondo al rispetto del benessere animale. Inoltre, è stato valutato l’effetto di due differenti loghi stampati sul confezionamento, nello specifico uno relativo alle modalità di allevamento all’aperto e uno relativo all’alimentazione degli animali esclusivamente svolta tramite erba fresca.
Ai partecipanti è stato sottoposto un questionario online diviso in due parti: una prima dedicata alle aste sui formaggi oggetto di studio e, successivamente, una parte dedicata invece alle caratteristiche psico-attitudinali.
Complessivamente sono state raccolte oltre 800 risposte valide. I partecipanti hanno un’età media di 46,3 anni, dichiarano un reddito medio mensile di circa 2000 euro. La distribuzione del campione per genere ed area territoriale di residenza si sovrappone con quella della popolazione italiana.
I molti dati raccolti sono adesso in fase di studio ed analisi ma già è possibile presentare e commentare alcuni primissimi risultati.
In primo luogo, si è osservato che i prezzi medi rilevati sono decisamente in linea con quelli reali di mercato per le tipologie di prodotti prese in esame. Questa evidenza suggerisce come i partecipanti all’indagine mostrino una buona conoscenza del mercato e esibiscano comportamenti pienamente razionali. Inoltre, è emerso che i consumatori intervistati non attribuiscono alcun premio di prezzo al prodotto estivo in assenza di shock informativi. Infatti, prendendo in considerazione soltanto le offerte positive (DAP >0), i prezzi medi del formaggio invernale (4,03 euro, ovvero 20,15 euro/kg) e di quello estivo (4,09 euro, ovvero 20,45 euro/kg) sono sostanzialmente identici. Tuttavia, quando i consumatori vengono informati sulle differenze tra i due prodotti, aumenta il numero di individui disponibili a pagare un premio di prezzo per il prodotto estivo. Anche la presenza dei due loghi considerati influenza positivamente la numerosità dei rispondenti disposti a pagare un premio di prezzo per il prodotto estivo, anche se in questo caso l’incremento di prezzo è inferiore rispetto a quello generato dallo shock informativo.
Ancora più interessante, soprattutto in un’ottica di marketing e valorizzazione dei prodotti, è analizzare la distribuzione delle DAP. Se puntiamo l’obiettivo sul 90-esimo percentile (dove ritroviamo i partecipanti che hanno espresso le DAP più elevate) osserviamo che questo 10% di individui è disposto a spendere almeno 8 euro (40 euro/kg) per aggiudicarsi entrambi i prodotti. Questo gruppo di consumatori rappresenta una nicchia di mercato molto interessante che va opportunamente caratterizzata sia rispetto alle variabili sociodemografiche che psico-attitudinali in modo da definire efficaci politiche di comunicazione per la scrematura di questo mercato.
In conclusione, l’analisi preliminare dei dati lascia già intravvedere il ruolo cruciale della conoscenza e dell’informazione nel processo di creazione del valore. Infine, la possibilità di caratterizzare i cluster di consumatori con disponibilità a pagare più elevate può agevolare la definizione di specifici e nuovi piani di comunicazione e marketing al fine di garantire la massima remunerazione possibile per le risorse umane e naturali investite in ambiente montano.

 

A cura di Mario Amato e Fabio Verneau

Università degli Studi di Napoli Federico II